Inglese sì ma partendo dall’italiano

Nella formazione scolastica la lingua italiana non è una disciplina tra le tante bensì lo strumento essenziale per la trasmissione di ogni altro contenuto e sapere. Recenti disposizioni ministeriali, tuttavia, hanno favorito negli ultimi anni, l’uso della lingua inglese per la didattica di discipline non linguistiche, a dispetto di studi autorevoli talvolta prodotti dalla stessa commissione europea delle lingue, che hanno dimostrato come tale pratica non possa applicarsi in maniera estensiva riducendo gli spazi assegnati alla lingua materna. Non si vuole con ciò esprimere un atteggiamento di chiusura nei confronti dell’inglese, né nei confronti di alcuna lingua che in un determinato periodo storico si sia trovata a veicolare la comunicazione tra i popoli. Nessun linguista potrà mai disconoscere l’avvicendarsi delle lingue europee nel ruolo egemonico di volta in volta favorito da eventi politici, economici o culturali, né potrà mai negare quale fonte di ricchezza sia per ogni comunità parlante la possibilità di attingere a più serbatoi lessicali. È doveroso osservare, però, che la trasmissione di conoscenze e di sapere scientifico attraverso l’inglese si associa oggi a un progressivo restringimento dello studio di altre lingue nei paesi anglofoni e a un crescente abbandono nel resto del mondo della coniazione di lessico specialistico in settori sempre più ampi.

Quest’ultimo, in particolare, non è un fenomeno di poco conto, se si considera che restringere gli usi di una lingua solo ad alcuni campi della comunicazione significa assegnarle poco per volta il ruolo di un dialetto. Gli esiti appaiono ben evidenti proprio pensando alla storia dei dialetti italiani, che pur possedendo lo statuto di lingua, grazie a una propria e autonoma morfologia, di fatto non lo sono perché non sono in grado di svolgere tutte le funzioni necessarie alla comunicazione sociale: in dialetto possiamo parlare di affetti, di emozioni, di cucina o di altri aspetti della vita materiale, ma non possiamo trattare di genetica, di fisica, di economia aziendale, perché non vi troviamo il lessico specialistico necessario. Se è giusto dunque che le discipline tecnico-scientifiche trovino nell’inglese un indispensabile mezzo di diffusione delle proprie ricerche, è anche vero che nella divulgazione e nell’insegnamento scolastico sarebbe doveroso salvaguardare la formazione del lessico specialistico e la trasmissione dei contenuti nella lingua madre.

L’applicazione supina, peraltro, delle indicazioni ministeriali ha indotto alcuni dirigenti scolastici a favorire l’insegnamento in inglese anche di discipline come l’arte o la storia della musica, dove l’italiano funge ancor oggi da lingua veicolare. Non è facile retorica, infatti, ribadire che l’Italia rimane per molti settori umanistici un modello di riferimento negli studi internazionali e che se l’italiano è ancor oggi annoverato tra le prime cinque lingue più studiate al mondo ciò è dovuto soprattutto alla storia delle sue arti e della sua letteratura.

Sul piano didattico, del resto, la comprensione piena e la capacità di rielaborare in modo originale e costruttivo le teorie e le scienze apprese negli anni della formazione scolastica si raggiungono solo tramite la propria lingua. Una conoscenza profonda della lingua italiana, una competenza alta nell’uso del lessico e una capacità elevata di comprendere e riprodurre testi di ogni tipo sono le condizioni primarie ed essenziali per affrontare in modo consapevole qualsiasi studio e qualsiasi formazione al lavoro. La stessa acquisizione di una lingua straniera che voglia superare gli usi pratici e i livelli minimi della comunicazione, può raggiungere la piena padronanza solo affiancandosi a un uso consapevole e duttile della lingua materna.

Inglese sì, dunque, se il suo studio viene affrontato in modo serio e rigoroso, ma soprattutto se si fonda su un’acquisizione dell’italiano che non si limiti alla comunicazione dei bisogni primari ma spazi con sicurezza tra lessici, registri e contenuti di ogni genere e altezza.

Rita Librandi

Professore ordinario di Storia della lingua italiana

Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”